Ci sono tre paesi nel Molise dove, se entri al bar e ascolti due anziani parlare tra loro, non capisci niente. Non perché abbiano un dialetto stretto. Perché stanno usando una lingua slava medievale. Si chiama na-našo — letteralmente "a modo nostro" — ed è un dialetto štokavo-ikavo sopravvissuto per oltre 500 anni in tre comuni della provincia di Campobasso: Acquaviva Collecroce, Montemitro e San Felice del Molise. E qui arriva il bello. Questa lingua non è arrivata per caso. Nel 1518, un gruppo di profughi dalmati lasciò l'entroterra tra i Monti Biokovo e la valle del fiume Neretva — nell'area oggi corrispondente alla Dalmazia meridionale — in fuga dall'avanzata dell'Impero Ottomano. Arrivarono in Molise. Si insediarono. E non tornarono più. Il dettaglio che ha fatto impazzire i linguisti è questo: il na-našo non contiene una sola parola di origine turca. In apparenza sembra un dato banale. In realtà è una prova storica. Il croato moderno è pieno di prestiti ottomani, assorbiti durante i secoli di dominazione nei Balcani. Se i migranti fossero partiti dopo un contatto prolungato con l'Impero, quelle parole le avrebbero portate con sé. Il fatto che non ci siano dimostra che partirono prima — prima che la lingua venisse contaminata. Un silenzio lessicale che vale più di qualsiasi archivio. I numeri attuali sono quelli di una lingua in bilico: circa 1.000 parlanti attivi, 2.000 passivi, distribuiti in tre comuni che insieme non arrivano a 1.600 abitanti. La legge italiana 482 del 1999 riconosce il na-našo come lingua minoritaria storica, con insegnamento facoltativo nelle scuole locali e sportelli linguistici. Una lingua che è sopravvissuta ai turchi, alla distanza, a cinque secoli di italiano obbligatorio — adesso deve sopravvivere al fatto che i giovani se ne vanno. In breve: In tre comuni del Molise si parla ancora una lingua slava medievale chiamata na-našo, portata da profughi dalmati nel 1518. L'assenza di parole turche nella lingua prova che i migranti partirono prima dell'occupazione ottomana prolungata nei Balcani. Oggi conta circa 1.000 parlanti attivi in tre villaggi con meno di 1.600 abitanti in totale, riconosciuta dalla legge italiana 482/1999.